domenica 10 giugno 2007

La pubblicità in assicurazioni.Spesa o investimento?



1936:Francobolli Assicurativi dedicati all'Istituto Assicurazioni e Previdenza Postelegrafonici.
Curioso esempio di pubblicità assicurativa "one to one".


Pubblicità e assicurazioni hanno da sempre avuto "collaborazioni difficili".Contrariamente ad altri settori economici si è ritenuto che non fosse uno strumento commerciale di primaria importanza per incrementare la acquisizione di nuovi affari. In realtà le prime grandi compagnie italiane hanno inizialmente percorso la strada della pubblicità interna al punto vendita agenziale, delle "penne e cartelline portapolizze", delle locandine, qualcuna quella dei manifesti e delle targhe metalliche fissate all'esterno dei palazzi che l'agente di allora aveva assicurato contro l'incendio.


Avevo un collega molti anni fa che aveva una interessante raccolta di queste targhe metalliche, che con la loro particolare resistenza al tempo e alle intemperie contribuivano a dare degli istituti di assicurazione, come si chiamavano allora le compagnie, una immagine di solidità e affidabilità.


Manca quindi una cultura pubblicitaria nel mondo delle polizze, e quando qualche compagnia ha avviato qualche campagna lo ha fatto con una primordialità comunicativa tipica di chi presuntuosamente sperimenta in proprio, ritenendo di poter fare a meno della esperienza di altri, senza rendersi conto di essere lontano anni luce dal contesto dei messaggi ai quali il cliente è abituato, quando viene invitato all'acquisto di un biscotto o di una automobile.

L'unica eccezione che vale la pena ricordare è stata quella della SAI, nel periodo in cui l'azionista di controllo era la FIAT, che trasferì nel mondo delle polizze campagne pubblicitarie strutturate, e in linea con l'evoluzione delle tecniche e concetti di comunicazione tpici degli altri settori industriali.

Fu anche la prima compagnia di assicurazioni che affidò alla formazione del personale, in particolare a quella delle neoassunzioni, quella funzione di necessaria prequalificazione per garantire una adeguata assistenza tecnica alla propria struttura di vendita. Formazione erogata con tale qualità che il personale dell'allora SAI fu quello che emigrò in misura maggiore verso altre compagnie, meno attente verso investimenti formativi, che venivano anzi considerati spese e non investimenti, ma ugualmente interessate a comprare in seconda battuta dipendenti già formati.

Altro esempio, sconosciuto a molti, è quello di AXA, che cogliendo lo spunto da una ristrutturazione societaria nel 1985 abbandonò i precedenti storici marchi per crearne uno totalmente nuovo, e con un concetto per l'epoca fortemente innovativo.
AXA infatti non è un acronimo, le lettere di cui il nome è composto non sono iniziali di altre parole, è un marchio senza significato, che grazie a una sofisticata azione di marketing è stato coraggiosamente inventato dal nulla.
AXA soddisfa i requisiti essenziali di ogni brand multinazionale: la facile pronunciabilità nelle lingue più diverse, la ridotta confondibilità con vocaboli di altre lingue nei rispettivi paesi dove viene promosso, la quasi automatica collocazione in qualsiasi tipo di elenco alfabetico, telefonico compreso.

Poco più di una decina di anni fa, hanno mosso i primi passi le compagnie per la vendita telefonica, e successivamente tramite internet, di polizze auto.
Bisogna precisare che le compagnie nel passato poco conoscevano dei loro potenziali e reali clienti, e che quindi i messaggi pubblicitari puntavano a qualificare il marchio e non un singolo prodotto, e poi vedremo perchè.

La vendita telefonica e tramite internet ha invece altre necessità, deve raggiungere con i propri messaggi pubblicitari non la vendita a distanza, bensì generare chiamate o contatti sul web, e il modo per ottenere questo scopo è richiamare l'attenzione sullo sconto ottenibile, e questo succede anche nei paesi di tradizioni diverse dal nostro dove il prezzo viene prima della promessa di qualità.

L'introduzione del risarcimento diretto, e quindi la possibilità di confermare una efficienza altrettanto diretta perchè indirizzata al proprio cliente, sta mutando i contenuti dei messaggi che sottolineano rapidità dei rimborsi.

Ottenuto il contatto sarà un sistema tariffario informatizzato, che partendo da una minuziosa raccolta di dati personali da utilizzare anche successivamente nel caso di vendita non andata a buon fine, che disegnerà un percorso guidato o dal computer o da un operatore, addestrato e quindi non competente in assicurazioni, alla fine del quale sarà prodotto un preventivo.

Tutto questo serve a ricordare che se le compagnie hanno potuto largamente risparmiare nel passato sui rispettivi budget pubblicitari tutto era dovuto alla figura dell'intermediario, e in particolare all'agente di assicurazioni.Era solamente lui e la sua organizzazione produttiva a rappresentare il presupposto fiduciario personale, dietro al quale "retrostava" il marchio della compagnia.In nessun altro settore dei servizi la fiduciarietà del venditore sostiene e qualifica con la stessa misura il marchio della compagnia rappresentata.

E' il paradosso del marchio invertito, che soprattutto in assicurazioni si realizza concretamente nella raccolta fiduciaria di denaro anticipato del cliente, a fronte di una prestazione probabile e differita.

Il sistema beneficiava, e beneficia ancora oggi, di una capillarità geografica distributiva che dava larga visibilità al rappresentante della compagnia e al marchio distribuito.

L'avvento dei prodotti finanziari dedicati alla clientela retail, primi tra tutti i fondi comuni di investimento, e il conseguente rilancio del ramo vita come strumento di raccolta del risparmio, e non solo previdenziale come nel passato, hanno imposto alle compagnie anche un diverso approccio pubblicitario.

Attività di raccolta e gestione del denaro che si sostituiscono a istituzioni tradizionalmente deputati a questa funzione, le banche, richiedono il rafforzamento del marchio, la certezza di affidabilità, la capacità internazionale nel reperire e distribuire soluzioni finanziarie adeguate e profittevoli.

Le sempre più strette relazioni tra banche e assicurazioni, che si collegano, incorporano, e convergono su una clientela che ormai della matrice assicurativa ha solamente la origine iniziale, rendono obbligatoria una comunicazione che sia sempre più transfrontaliera tra polizze e sportelli: che sia internazionale anche nella specifica costruzione visiva, prescindendo da specifiche realtà locali e da altrettanto specifiche capacità di prestazioni assicurative dedicate.


I servizi finanziari si sostituiscono all'assicurativo, lo sovrastano, inglobando un concetto di prestazione che, nell'essere implicitamente plurima, non ha più bisogno di essere distinta nè per settore nè per prodotto.

Il marchio quindi supporta, avvolge e identifica il rappresentante, e sconvolge il paradosso del marchio invertito.


Anche in questo caso vale la pena evidenziare una eccezione significativa, quella del gruppo ZURICH (http://www.zurich.com/main/aboutus/ourcampaign/ourprintads.htm), che continua a riservare un ruolo preminente alle polizze, continuando a privilegiare una distinzione per tipo di bisogni assicurativi ai quali dedicare coperture altrettanto distinte.

Il nuovo contesto normativo della distribuzione assicurativa agenziale impone sicuramente adeguate iniziative, sia da parte dei mandatari che delle mandanti, che tengano conto dello scenario attuale e delle nuove esigenze competitive.

Ognuno dovrà valutare le proprie attitudini, punti di forza e limiti, per realizzare nuovi parametri rapportuali, interni e esterni, che possano definirsi adeguati ai nuovi modelli di business che i tempi impongono.

lunedì 28 maggio 2007

Il sinistro delle Torri Gemelle: sei anni dopo.






Allianz Global Risks, Travelers Companies, Zurich American, Swiss Re, Employers Insurance, Industrial Risk Insurers and Royal Indemnity.
Sono queste le compagnie di assicurazioni coinvolte nella pratica di risarcimento relativa al sinistro, o sarebbe meglio dire sinistri, determinato dall'attacco terroristico alle torri gemelle di New York, del 11 settembre 2001.
Sono trascorsi quasi sei anni da quella data, rimasta indelebilmente impressa nella memoria di tutto il pianeta.
Ogni assicuratore ha visto realizzarsi una eventualità che era ampiamente disegnata e contenuta negli scenari di danno possibile, catalogabile, clausolata e assicurabile come "terrorismo" da quasi quarant'anni nei contratti di assicurazione di tutto il mondo. Nessuno però avrebbe potuto ragionevolmente immaginare questa modalità e dinamica di realizzazione e soprattutto il tremendo sacrificio di vite umane che ne derivò.
Nel ricordare come se fosse oggi quel giorno, e quelle immagini viste in diretta dal mio ufficio di allora, provo ancora la stessa sensazione di sgomento e impotenza che ogni essere umano prova quando assiste a catastrofi e dolore verso i quali non può intervenire, e tutto diventa ancor più tremendo quando a fare tutto questo sono altri uomini, che antepongono le proprie ideologie al rispetto degli altri, senza distinzione per chi non è responsabile di alcunchè, se non di essere in quel posto e in quel momento, che altri hanno deciso fosse l'ultimo della vita.
Chi ha visto "ground zero" non può non aver colto come anche in questa circostanza non esista memoria più forte del vuoto, del "adesso non c'è più", nell'essere capace di sottolineare quello che è stato distrutto. Personalmente avrei proprio lasciato i segni che vediamo oggi come distintivi della storia.

Ma in assicurazioni non ci sono emozioni, come forse è giusto che sia, ma clausole da rispettare e eventualmente interpretare, e somme da liquidare.

Ho voluto citare nei post che precedono le diverse testate giornalistiche che hanno dato, con modi e toni diversi, risalto alla notizia dell'avvenuto accordo, che chiude anni di diatribe e spese legali, nate soprattutto sulle diverse interpretazioni di sinistro applicabili.Sostanzialmente il disaccordo di partenza divergeva sul fatto che si trattasse di un singolo sinistro oppure di due, quanti sono stati gli attacchi. Differenze non di sofisma interpretativo, bensì sostanziato da applicazioni separate o cumulate di franchigie e limiti di risarcimento.

Ma come sempre dove le clausole non esprimono autonomia contrattuale propria e univoca intervengono gli antagonismi legali e le necessarie mediazioni.
I termini dell'intesa prevedono che le sette compagnie trascinate in tribunale da Silverstein, proprietario degli immobili, versino una ulteriore somma di 2,1 miliardi di dollari, portando il totale dei risarcimenti a 4,5 miliardi di dollari, dei quali le compagnie hanno finora provveduto a corrispondere circa il 50%. Una cifra che è a sua volta grossomodo la metà di quanto servirà per ricostruire sull'area distrutta.

Naturalmente stiamo parlando dei risarcimenti per i danni materiali e non degli indennizzi alle vittime.

E' stato quindi possibile, attraverso gli accordi raggiunti, evitare che danaro pubblico fosse necessario per finanziare la ricostruzione di quello che era considerato uno dei templi e simboli della finanza mondiale e che nel suo essere nuovo e diverso non potrà non essere considerato come un sacrario dei sogni e presunzioni degli uomini, ammonendo per sempre gli altri, quelli che verranno dopo di noi, che non esistono limiti per i malvagi e protezioni sufficienti e programmabili per i cosiddetti "buoni".

Almeno in questa occasione le assicurazioni hanno anche assolto a quel necessario protagonismo sociale al quale ogni attività economica dovrebbe essere chiamata a partecipare.

giovedì 24 maggio 2007

La Repubblica.it » News

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Let Ground Zero Rebuilding Begin: Spitzer Brokers Settlement with 7 Insurers

Let Ground Zero Rebuilding Begin: Spitzer Brokers Settlement with 7 Insurers

CUNEO FISCALE: ABI E ANIA APPREZZANO IL PROVVEDIMENTO DEL GOVERNO



Non stanno perdendo tempo le due organizzazioni imprenditoriali che da tempo hanno avviato l’attivazione di una serie di sinergie politico-organizzative, con l’obiettivo di arrivare entro un anno alla creazione di una Federazione tra le due associazioni, alla luce del sempre crescente grado di integrazione tra il comparto bancario e quello assicurativo.



Ne ricordiamo i presupposti:
"È previsto l’avvio di un processo di consultazione reciproca che, nel rispetto della sfera di intervento di ciascuna Associazione, consenta di definire preventivamente strategie condivise e linee d’azione unitarie su temi di comune interesse nonchè l’attivazione di opportune forme di interazione e di collaborazione tra gli organi di governance e le strutture operative.
A tale scopo le due Associazioni si sono impegnate ad invitare in via permanente i Presidenti alle riunioni dei rispettivi comitati esecutivi.
Inoltre saranno organizzati incontri periodici con la partecipazione dei Presidenti e dei Direttori Generali, al fine di definire le linee necessarie a realizzare i collegamenti tra gli uffici sui temi di comune interesse.
Il piano d’azione per i servizi finanziari, l’evoluzione degli assetti di vigilanza a livello nazionale ed europeo, la better regulation, il mercato del lavoro e le relazioni con le organizzazioni sindacali, sono le principali questioni sulle quali ABI e ANIA avvieranno la collaborazione.
ABI e ANIA, insieme, si propongono di avviare una più stretta collaborazione con le altre Associazioni imprenditoriali per trattare congiuntamente i temi di interesse comune al mondo delle imprese. "

Non sfugge il comune apprezzamento verso provvedimenti che favoriscano in prospettiva la estensione anche al settore assicurativo e bancario del meccanismo dei benefici della cassa integrazione, anche se da tempo le banche godono e utilizzano fondi di solidarietà per sostenere eventuali iniziative di esuberi di personale.
I processi di aggregazione del settore prospettano inevitabilmente le conseguenze dei confini ormai impercettibili delle due attività, poichè chi assicura vuole la banca e chi raccoglie denaro vuole vendere polizze, rendendo circolare il comparto in una unica definizione di "clienti" ai quali bisogna vendere tutto.


In altre occasioni ho osservato come questa concezione "generalista e complementare" ampli gli orizzonti di profitto, ma esiga contemporaneamente "contrazioni importanti di costi e benefici significativi di sinergie utilizzabili": sono queste infatti le immancabili premesse di ogni annuncio di fusione.
Senza cadere nel facile qualunquismo della demagogia, quando condanna la corsa dei consumi e del "grande necessario", continuo ad osservare che inspiegabilmente si attribuisce al ruolo delle competenze personali delle cosiddette risorse umane un ruolo di eccedenza sacrificabile.
Affermo questo perchè ritengo che si pensi di sostituire alla competenza l'efficacia di sistemi informatici, applicati a procedure che interagiscono con i clienti su modelli precostituiti, e non adattati a specifiche esigenze .
Si crea una sorta di mercato di offerta sordo e a domanda contrastante: in altre parole viene il legittimo dubbio che si stia sostituendo la manipolazione al marketing, che bisogni latenti non siano individuati ma imposti, che territorio e interpretazioni socio economiche vadano a senso unico, forti di un orientamento strategico uni direzionale, che come tutti i sensi obbligati non lascia alcun spazio a confronti costruttivi.
Si legittimano queste scelte con la necessità di crescita stabile e costanza di rapporto con la propria clientela?
Sono i profitti gli unici pilastri di una economia sostenibile?
E' questo il criterio che anche attraverso le liberalizzazioni dovrebbe consentire a clienti, intermediari e operatori tutti, crescita professionale adeguata e ampiezza di scelte?
Oppure è un ulteriore modo per frammentare il mercato del lavoro attraverso lo sminuzzamento delle conoscenze e generalizzare una segmentazione professionale verso il precariato diffuso?
Non si riesce ancora a capire se tutto questo che si osserva è fragorosamente casuale o perversamente disegnato.
Sarà ancora una volta il tempo a confermare o smentire la opportunità di queste scelte, a condizione che tutti, nel rispetto della dignità dei propri ruoli, osservino e reagiscano se necessario.







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